Scrivi e pubblica veri libri

Nell’articolo “Scrivi e pubblica i tuoi ebook” dello scorso settembre e nel relativo allegato “epub” ho illustrato come si possano produrre facilmente ebook in un perfetto formato ePub con LibreOffice per pubblicarli e venderli attraverso alcune organizzazioni: tutto senza investire un euro.
Ho anche ricordato che, oltre al formato ePub, esiste il formato PDF, poco adatto agli apparecchi lettori di ebook e a schermi di piccole dimensioni ma adattissimo per gli schermi dai 10 pollici in su di tablet, notebook e personal computer: ideale, soprattutto, per stampare la nostra produzione su carta.
La produzione dei nostri lavori nel formato PDF è possibile utilizzando lo stesso strumento LibreOffice esattamente nello stesso modo con cui lo utilizziamo per produrre nel formato ePub.
Se però vogliamo che il nostro prodotto abbia la forma classica di un libro secondo i dettami stilistici dell’editoria cartacea dobbiamo ricorrere ad un altro potente strumento che ci mette a disposizione il mondo del software libero: il motore di tipocomposizione Tex.
Nel tutorial allegato in formato PDF, liberamente scaricabile, stampabile e distribuibile, illustro questo strumento e un modo per utilizzarlo con relativa facilità.

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Scrivi e pubblica i tuoi ebooks.

In questo blog, negli allegati agli articoli “Software libero per scrivere” del febbraio 2015 e “Software libero per ebook” del maggio 2015, entrambi archiviati nella categoria Software libero, illustravo come, utilizzando LibreOffice arricchito da alcune estensioni, sia possibile produrre documenti di contenuto complesso, anche nel formato .epub.
Le stesse indicazioni sono contenute nei Capitoli 1 e 6 del manuale Vittorio Albertoni – Computer tuttofare con programmi liberi e gratuiti, reperibile in formato PDF in tutte le librerie on-line e in formato cartaceo su Amazon.
A quei tempi mi riferivo alla versione 4 di LibreOffice che produceva in formato .epub con uno strumento, writer2epub, dal funzionamento non sempre di tutta affidabilità per documenti non di solo testo, spesso generando lavori che non superavano il test per la diffusione in libreria.
Con le più recenti versioni di LibreOffice, ormai giunte alla 6, e con le nuove estensioni resesi disponibili grazie agli sviluppi del pacchetto writer2latex si è raggiunta la perfezione, nel senso che diventa possibile esportare il documento, per complicato che sia dalla presenza di formule matematiche, tabelle, grafici, illustrazioni, pentagrammi musicali e formule chimiche in un perfetto formato .epub a prova di qualsiasi test.
Navigando in rete trovo vari dubbi e discussioni su come sia possibile produrre ebook complessi, cioè non di solo testo, nel formato .epub senza essere specialisti del linguaggio html, ricorrendo a tex (soprattutto se si è matematici) ed a convertitori (da pandoc a Calibre) con constatazione di quanto siano sempre deludenti i risultati.
Non trovo nessuno che indica la soluzione più semplice, almeno al momento attuale, e allora la richiamo io: LibreOffice arricchita da alcune estensioni.
Per non parlare della facilità con cui, una volta scritto il nostro ebook, possiamo pubblicarlo e metterlo in vendita senza spendere un euro attraverso le tante librerie online che troviamo sul web.
Nel tutorial allegato in formato PDF, liberamente scaricabile, stampabile e distribuibile, fornisco le necessarie indicazioni.

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ffDiaporama S.O.S.

Ritengo che ffDiaporama sia il miglior software esistente per creare presentazioni di fotografie.
Partendo da fotografie, volendo anche da videoclip o mixando entrambe le cose, possiamo creare filmati di livello professionale, fruibili come tali o trasferibili su DVD, completi di commento audio e/o di accompagnamento musicale.
Si tratta di un software libero, disponibile per Linux e per Windows, che troviamo – chissà per quanto tempo ancora – all’indirizzo http://ffdiaporama.tuxfamily.org/?lang=it.
Dico chissà per quanto tempo ancora perché non c’è più nessuno che cura lo sviluppo di questo bellissimo software.
L’ultima versione stabile è la 2.1, rilasciata il 9 febbraio 2014. Esistono tracce di lavori di sviluppo per la versione 2.2 fino a luglio 2014 e poi il progetto è stato abbandonato, pare per subentrata impossibilità di continuare a dedicarvisi da parte del team leader, primo estensore del software.
Cose che succedono nel mondo del software libero.
Però è un vero peccato, perché, purtroppo, con le versioni più recenti dei sistemi operativi la 2.1 non funziona più bene o addirittura non si riesce nemmeno ad installare. Tanto è vero che ffDiaporama non si trova più nei repository delle distro di più recente rilascio.
Per l’esattezza, l’ultima versione stabile 2.1 di ffDiaporama funziona bene sulle versioni Ubuntu dalla 12.04 alla 14.04, con relative derivate, comprese le versioni Mint da 13 a 17 e KXStudio, sulle versioni 19 e 20 di Fedora, sulle versioni 12 e 13 di OpenSuse. Per Windows la 2.1 va bene da Vista a 8.1. Su Windows XP/SP3, per chi ancora l’avesse, occorre utilizzare la versione 1.6, del 2013, di ffDiaporama.
Sul sito all’indirizzo sopra citato si trovano comunque tutti i riferimenti del caso, con possibilità di scaricare il software.
Trattandosi di un  software veramente prezioso consiglio a tutti di impossessarsene fin che si è in tempo. Nulla vieta che anche chi usa sistemi operativi di ultima generazione possa tenersi in un angolino del disco fisso o su una chiavetta USB una versione di Ubuntu 14.04 su cui caricarlo per averlo a disposizione.
Con l’auspicio che qualche volonteroso riprenda a far lavorare il team di sviluppo in modo da poter continuare ad avere ffDiaporama sulle ultime versioni dei sistemi operativi.
Nell’allegato manualetto in formato PDF, liberamente scaricabile e distribuibile, illustro cosa sia possibile fare con ffDiaporama.

ffDiaporama

Quale Linux

Nell’agosto del 1991 lo studente universitario finlandese Linus Torvalds affidò alla rete il primo kernel di quello che sarebbe diventato il sistema operativo Linux (dal nome di Torvalds combinato con Minix, il sistema unix-like che lo ispirò nella sua impresa). E’ bastato un anno perché questa cosa, nata per divertimento, diventasse una cosa seria: già nel settembre del 1992, infatti, un giovane ingegnere informatico con tre studenti universitari di matematica fondarono a Norimberga la prima struttura organizzata per fare che ciò avvenisse, la S.u.S.E. (Software und System Entwicklung). Nel 1993 il successo fu decretato con la nascita della Red Hat Inc. a Raleigh, nel Nord Carolina e con il lancio, da parte del compianto Ian Murdoch, del progetto Debian (combinata del nome di Murdoch, Ian, con le prime lettere di quello della fidanzata Debra): il progetto Debian fu ed è ancora quello più aderente alla filosofia del software libero.
Qualche anno dopo, nel 1998, nacque il progetto Mandrake Linux con l’intento di rendere di più semplice utilizzo il sistema Linux distribuito da Red Hat; dopo attriti con chi deteneva i diritti d’autore dell’omonimo Mandrake dei fumetti, Mandrake Linux divenne Mandriva.
Nel frattempo Red Hat si dedicava sempre più allo sviluppo di applicazioni server e per il mondo imprenditoriale; la diffusione della distribuzione Linux Red Hat per il più vasto pubblico, dal 2003, passò al progetto Fedora.
Nel 2004 nacque, ad opera del miliardario sudafricano Mark Shuttleworth, il progetto Ubuntu con lo scopo di portare la distribuzione Debian dappertutto ed alla portata di tutti, arricchendola sempre più, rendendola sempre più facile da usare e, soprattutto, facendo in modo che chiunque possa utilizzare sistema operativo e quanto più software possibile con interfacce nella propria lingua.
Nel 2006, nonostante Ubuntu già dimostrasse di essere su una buona strada per mantenere fede a questi suoi propositi, nacque un progetto, Linux Mint, che, basandosi su Ubuntu, voleva creare distribuzioni ancora più belle, ricche e facili da usare.
Infatti, accanto alla necessità che il kernel e il sistema operativo Linux diventasse utilizzabile nel mondo imprenditoriale, sui server e in strutture dotate della capacità di progettare il software applicativo da dare in pasto al sistema operativo – obiettivo raggiunto in pieno in pochi anni – c’è sempre stato il forte desiderio delle comunità che si dedicavano ai citati progetti Debian, Fedora, Ubuntu che il nuovo sistema operativo si diffondesse anche tra il pubblico, questa volta non solo come sistema operativo ma come pacchetto contenente, insieme al sistema operativo, alcuni programmi applicativi, almeno quelli di uso più ricorrente (word processor, foglio di calcolo, browser web, riproduttori multimediali, ecc.): ciò che si chiama distribuzione o meglio, per gli affezionati, distro.
Le prime distro che si diffusero, SuSE e Debian, erano costituite da una raccolta di CD, il primo dei quali conteneva il sistema operativo e il software di più ricorrente uso; gli altri programmi si trovavano, all’occorrenza, sugli altri CD e si potevano caricare sul computer con semplicissime procedure e, soprattutto, con la certezza che funzionassero.
Ai CD, subentrata la possibilità di scaricare dati da Internet con velocità sempre crescenti, si sono sostituiti i così detti repository, magazzini digitali di software raggiungibili dal sistema operativo attraverso la rete e lo stesso sistema operativo si scarica ormai dai siti in rete dei distributori.
I sistemi di gestione dei pacchetti di programmi inclusi nelle distribuzioni sono due: apt (advanced packaging tool) della Debian e derivati Ubuntu e Mint e rpm (redhat package manager) della Red Hat e derivate Mandriva e Fedora, adottato anche da SuSE. Questi sistemi di gestione consentono il caricamento dei programmi applicativi sul computer in modo facilissimo, occupandosi di caricare anche tutte le librerie per farli funzionare (come si suol dire, sistemando le dipendenze). Caricato il sistema operativo, troviamo sul computer un gestore dei programmi, variamente battezzato, che ci elenca, suddivisi per categorie, tutti i programmi disponibili nel repository della distribuzione con la possibilità, essendo collegati a Internet, di caricarli sul computer con un semplice click.
A questo punto, chi dice che Linux è un sistema difficile da usare e non adatto a principianti, non sa veramente di cosa parla.
Come sicuramente non è aggiornato chi crea ansia sul fatto che le varie distribuzioni Linux non funzionino su tutti i computer o non riconoscano certe periferiche (stampanti, scanner, ecc.): il così detto problema dei driver. Può darsi che a inizio secolo qualche problema si sia verificato, ma ormai, se ci riferiamo a prodotti di marca e di ampia diffusione, anche questo timore non ha fondamento alcuno. Certo che, di fronte a un prodotto di nicchia, potremmo incontrare difficoltà. Sono comunque facilmente verificabili in rete le compatibilità.
In sostanza, rendiamoci conto che Linux non è più un fatto pionieristico: basti pensare che i due terzi dei server nel mondo sono equipaggiati Linux.
La diffusione stenta ad affermarsi negli usi domestici o delle piccole aziende, anche perché, quando acquistiamo un computer per questi usi, ce lo ritroviamo già equipaggiato Windows: alla faccia della lotta alle posizioni dominanti.

Per chi voglia assaggiare la variante Linux vorrei dare qualche indicazione, rammentando che tutti i sistemi Linux sono installabili anche a fianco di altri sistemi già presenti sul computer: all’accensione comparirà un menu da cui scegliere il sistema da avviare.
Nel formulare le mie indicazioni mi limito alle distribuzioni più affidabili che fanno capo alle strutture e ai progetti che ho citato prima e che hanno fatto la storia di Linux. Si tratta, infatti, delle distribuzioni che creano nessuno o meno problemi all’utente inesperto, sia in fase di installazione sia in fase di utilizzo, e le elencherò proprio in quest’ordine.
Ovviamente prescindo dalle distribuzioni a pagamento destinate al mondo produttivo, come Red Hat Enterprise Linux e Suse Linux Enterprise, o destinate ai server: a pagamento si fa per dire, nel raffronto con quanto sono a pagamento le analoghe e meno affidabili soluzioni proposte da Microsoft (Ubuntu server è comunque gratuito e si paga solo se si stipula un contratto di assistenza).
Altra avvertenza preliminare: Debian e Ubuntu fanno dei rilasci a distanza ravvicinata, Ubuntu puntualmente ogni sei mesi e Debian, con i suoi rilasci testing o unstable, con meno regolarità ma con cadenza simile. Si tratta di rilasci destinati a migliorare, a correggere imperfezioni delle versioni precedenti, ad includere sempre nuovi driver e sempre nuove librerie al servizio dell’evoluzione dell’hardware e del software. Tutta roba da addetti ai lavori e che è meglio l’utente normale lasci agli addetti ai lavori, preferendo le versioni stabili che vediamo subito.

Per vivere tranquilli e godersi un Linux senza problemi la distro che mi sento di suggerire per prima è Linux Mint. Come ho già detto, Linux Mint è una riproposizione di Ubuntu, con un repository dei programmi integrato con quello di Ubuntu, in versione di estrema facilità di uso e con una cura dei particolari di rifinitura al limite del perfezionismo. Le sue distro vengono diffuse ogni due anni, all’epoca maggio/giugno, un paio di mesi dopo l’uscita delle Ubuntu LTS su cui si basano e sono contraddistinte da un numero cardinale: l’ultima versione uscita porta il numero 18 e la sua prima edizione, Linux Mint 18 nominata Sarah, uscita nel 2016, l’ho presentata nel mio articolo “Benvenuta Sarah” su questo blog nel luglio del 2016 con allegato un manualetto per l’installazione. Queste versioni sono supportate con aggiornamenti per 5 anni: la 18 lo sarà fino al 2021. Nel periodo di supporto, per chi volesse procurarsi per la prima volta la versione più aggiornata, vengono rese disponibili sotto-versioni: nel gennaio 2017, per esempio, è uscita la versione 18.1, che sarà sempre supportata fino al 2021. Solo nel 2018 uscirà la versione 19, che sarà supportata fino al 2023. Il sito su cui troviamo Linux Mint è https://www.linuxmint.com/, dove, purtroppo in inglese, troviamo descritte le varie versioni grafiche disponibili e possiamo scaricare quella che più ci piace.
Con alcuni piccoli e superabilissimi inconvenienti che possono sorgere nel dopo installazione per sistemare i pacchetti linguistici o alcuni driver, metterei al secondo posto la ricchezza che ci offre Ubuntu. Sul sito http://www.ubuntu-it.org/ troviamo, in bella lingua italiana, una completa presentazione di Ubuntu con tutte le sue derivate, tra le quali possiamo trovare quella che più incontra i nostri gusti, le nostre necessità di lavoro o le caratteristiche del nostro computer: se ci interessa soprattutto la multimedialità probabilmente ci conviene installare Ubuntu studio, se siamo insegnanti probabilmente Edubuntu è quello che fa per noi, se abbiamo un computer vecchiotto e un po’ debole di RAM possiamo scegliere Lubuntu con la sua leggerissima interfaccia grafica, ecc: troviamo tutto ben descritto sul sito. Se scarichiamo la versione standard possiamo scegliere tra l’ultima versione LTS (la Long Term Support, con supporto di 5 anni, che consiglio a chi vuole eliminare ogni possibile problema) o l’ultima intermedia semestrale (quella che, come ho detto prima, lascerei ai più esperti). Quanto alle versioni specializzate, tipo Edubuntu, Ubuntu studio, ecc. teniamo presente che non costa nulla caricare sullo stesso computer più sistemi operativi: possiamo benissimo avere Xubuntu per scrivere e fare di conto e Ubuntu studio per fare musica.
Mint e Ubuntu hanno il pregio di offrirci ottimi gestori di programmi attraverso i quali possiamo arricchire senza alcuna difficoltà di ricerca e di caricamento il nostro computer. Gli aggiornamenti vengono proposti indicandone il tipo e il grado di rischio, in modo che è lasciata a noi la scelta se farli o meno.
Altra distro di tutto rispetto, solo forse un po’ più difficile da installare e manutenere, è quella che ci viene offerta da S.u.S.E. con il nome openSUSE. La versione corrente è la 13.2 e si può scaricare dal seguente indirizzo https://it.opensuse.org/Portal:Distribuzione. Al momento dell’installazione si sceglie l’interfaccia grafica del desktop tra le alternative KDE, Gnome e Compiz. Una descrizione di queste alternative si trova all’indirizzo https://it.opensuse.org/Interfaccia_grafica_utente. Rispetto a Ubuntu, open SUSE ha un magazzino di programmi meno organizzato e l’installazione degli aggiornamenti, proposti in maniera indiscriminata, può creare problemi dalle conseguenze catastrofiche.
Non per difetti di funzionamento, che è ottimo, ma semplicemente per la maggiore difficoltà a reperire e caricare i programmi, dopo quanto elencato metterei Fedora. Il suo sito è https://getfedora.org/it/. Il sistema che ci viene offerto in prima istanza da Fedora è quello denominato Workstation, ma secondo i miei gusti è graficamente il peggiore tra tutti quelli che possiamo avere. Ve ne sono altri 6, ben descritti nella zona centrale della pagina web del sito, sotto il titolo “Vorresti ulteriori opzioni per Fedora?”. La versione corrente, variamente vestita come grafica, è la 25.
Riandando a coloro che hanno fatto la storia di Linux, dopo la crisi finanziaria che ha decretato la chiusura di Mandriva nel 2015, mi piace segnalare che sulle ceneri di Mandriva è nata openMandriva il cui sito web è https://www.openmandriva.org/?lang=en. Recentemente è stata rilasciata la distro LX3, graficamente impostata su KDE, che mi pare non abbia nulla da invidiare a quelle fin qui citate. La sua installazione penso sia la più facile del mondo Linux ma, purtroppo, non altrettanto avviene per alcune configurazioni che arrivano ad impiantare il computer.
Con estremo disagio, perché non se lo meriterebbe per la sua importanza storica, metto all’ultimo posto Debian, che troviamo sul sito https://www.debian.org/index.it.html. La versione stable corrente è la 8. I difetti di Debian – che se si riesce a installare è ottimo sotto tutti gli aspetti – stanno nella difficoltà di installazione, che spesso naufraga impiantando il computer, e in problemi ricorrenti con alcuni driver. Non dimentichiamo, comunque, che grazie a Debian abbiamo Mint e Ubuntu.
Tutte le distro che ho elencato possono essere scaricare in versione “live”. Queste versioni, masterizzate su DVD o inserite su chiavetta USB avviabile, ci offrono la possibilità di essere provate senza essere installate sul disco rigido del computer, in modo che l’installazione possiamo farla dopo aver verificato che il prodotto sia di nostro gradimento e, soprattutto, che funzioni sul computer su cui vorremmo installarlo (quanto a scheda grafica, audio, rete ethernet, wifi, ecc.). Teniamo presente che, con la sola eccezione di openMandriva, che si può italianizzare già in prova, queste prove dovremo farle con il layout di tastiera americana e con le interfacce delle applicazioni in lingua inglese. Infine sappiamo che, a causa della migrazione da BIOS a UEFI con i problemi che ho trattato nel mio articolo dello scorso mese, se vogliamo utilizzare versioni live degli ultimi rilasci delle distro è bene che ci serviamo del DVD. Chi usa Windows dotato del programmino Rufus ha il vantaggio di poter generare chiavette USB live utilizzabili sia con il BIOS sia con UEFI.
In questa carrellata non ho citato Arch Linux. Non è stata una dimenticanza e, per chi voglia un Linux fai-da-te, cito l’indirizzo https://wiki.archlinux.org/index.php/Arch_Linux_(Italiano), dove si può vedere di che cosa si tratta e si può scaricare ciò che serve per installarlo. Alla prima installazione abbiamo qualche cosa di minimale, senza nemmeno interfaccia grafica, e possiamo poi installare ciò che ci serve costruendo un sistema operativo come ci piace. Ovviamente non è roba da principianti.
Buon Linux!

Basi musicali, file karaoke e arrangiamenti con il computer

Nell’allegato “musica_suono.pdf” al mio articolo che è archiviato su questo blog con il titolo “Software libero per fare musica” ho accennato all’esistenza del programma MMA Musical MIDI Accompaniment, indicando anche molto sommariamente il modo per farlo funzionare.
Si tratta, a mio avviso, del migliore e meno costoso (è gratis) software per produrre basi musicali armonizzate, file karaoke e arrangiamenti completi di melodia, solo apparentemente più complicato dei concorrenti software con ricche interfacce grafiche.
Rendendomi conto che tra quegli accenni molto stringati ed il voluminoso manuale completo in lingua inglese che troviamo sul sito dal quale possiamo scaricare il programma ci può essere una giusta via di mezzo, anche per sfatare l’apparente difficoltà di utilizzo, ho prodotto il manualetto allegato in formato PDF, liberamente scaricabile, distribuibile e riproducibile.

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SQLite, una database per tutti

Qualche tempo fa, nel maggio 2015, al mio articolo che si trova su questo blog con il titolo “Software libero per gestire dati” ho allegato il file PDF “gestione_dati” che contiene quanto strettamente necessario per conoscere, tra l’altro, l’esistenza di SQLite e a cosa possa servire SQLite.
Come per tutti i numerosi software presentati in quella serie di articoli, la finalità era semplicemente quella di conoscere l’esistenza di un certo programma e di conoscere che cosa si può fare utilizzandolo.
Sul come utilizzarlo gli accenni erano molto stringati e, per chi fosse interessato, si rimandava alla documentazione esistente (manuali, guide, tutorial, ecc.).
Per quanto riguarda SQLite, rendendomi conto che questa documentazione è molto frammentata e, quando completa, oltre che essere in lingua inglese, è anche eccessiva e dispersiva per l’utente dilettante evoluto cui si rivolge il mio blog, ho ritenuto utile produrre una guida all’uso a misura, che è contenuta nell’allegato file PDF, liberamente scaricabile, stampabile e distribuibile.

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Software libero anche al Comune di Roma

Nella seduta dello scorso 14 ottobre, con deliberazione n. 55, la Giunta Capitolina ha formalmente assunto l’impegno all’uso di software libero o a codice sorgente aperto nell’Amministrazione Capitolina.
Le intenzioni di guardare con attenzione al software libero per le esigenze amministrative del Comune di Roma erano già state manifestate nel febbraio del 2004 dalla compianta Mariella Gramaglia, ai tempi del suo assessorato: ora le intenzioni sono divenute un impegno formalizzato ed anche il Comune di Roma volgerà irrevocabilmente verso l’utilizzo di software libero.
La questione dell’impiego di software libero nella Pubblica Amministrazione, non solo in Italia ma in Europa, ha assunto definitiva importanza all’inizio del millennio, quando la digitalizzazione divenne la via attraverso cui riformare il settore anche al fine di instaurare un nuovo tipo di rapporti con il cittadino.
Le quattro libertà garantite dal software libero:
0: Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo,
1: Libertà di studiare il programma e modificarlo,
2: Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo,
3: Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio,
unitamente al fatto che ormai non si stava parlando solo delle profezie di Richard Stallman ma si stava toccando con mano l’esistenza di Linux, che proprio grazie alle quattro libertà, in breve volgere di tempo era diventato un sistema operativo libero di tutto rispetto, si sono infatti imposte all’attenzione della Pubblica Amministrazione in quanto potevano consentire a questa di creare lei stessa il software di cui aveva bisogno, adattando alle proprie esigenze software esistente senza bisogno di acquistare licenze e, soprattutto, immunizzandosi dal pericolo di soggiogarsi a ristrette cerchie di fornitori. Di più, con la possibilità di far circolare tra enti diversi le soluzioni create senza dover riconoscere proprietà intellettuali e relativi diritti a chicchessia.
Senza trascurare il fatto che nel momento in cui il processo di digitalizzazione avesse coinvolto i rapporti con il cittadino sarebbe stato anche necessario adeguarsi alla libertà del cittadino di avvalersi di software libero.
Il risultato di tutto ciò sarebbe stata l’affermazione di principi di libertà e trasparenza in un luogo nel quale non ce se ne potrebbe esimere e la realizzazione di notevoli risparmi sul piano economico in un luogo nel quale ce n’è molto bisogno.
Devo riconoscere che nei miei rapporti telematici che fin dalle origini ho instaurato con il fisco e con l’INPS non ho mai avuto problemi ad utilizzare Linux e i software di Mozilla e, per la mia esperienza, devo riconoscere che la Pubblica Amministrazione si è da subito messa, anche concretamente, sulla buona strada.
In Italia il primo solenne riconoscimento del software libero lo troviamo nell’articolo 68 del Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82 che istituì il Codice dell’Amministrazione digitale e il secondo importante tassello si è avuto nel 2012 con la creazione dell’Agenzia per l’Italia digitale. Nel citato articolo 68, sostanzialmente, si afferma il principio che gli enti della Pubblica Amministrazione sono tenuti a preferire software libero a software proprietario e possono ricorrere a quest’ultimo ove si dimostri che non c’è altro modo di risolvere l’esigenza informatica.
Sul piano applicativo abbiamo vari episodi di pionierismo. Risalgono al 2001 e al 2002 mozioni per l’adozione del software libero approvate dai Consigli Comunali di Firenze e di Lodi. Nel 2003 la Regione Toscana afferma in una Legge Regionale il principio dell’utilizzo preferenziale del software libero a sorgente aperta.
Da lì in poi sono cominciate le effettive adozioni di soluzioni di software libero nei server (Linux) e negli applicativi (Open Office e Libre Office), concentrate soprattutto nel Nord Est: Comune di Rovereto, Comune di Trento, Provincia di Bolzano, Provincia di Trento.
Buoni esempi dall’estero sono l’adozione di Linux come sistema operativo per l’attrezzatura informatica dell’Assemblea Nazionale Francese nel 2007, l’adozione di Open Office, Firefox e Thunderbird per tutti i punti operativi della Gendarmeria Francese nel 2005 con la sostituzione, negli anni immediatamente successivi, del sistema operativo Windows con il nuovo sistema operativo battezzato GendBuntu, adattamento di Linux Ubuntu alla Gendarmeria: pare che queste operazioni abbiano generato un risparmio di 2 milioni di euro all’anno.
Caso da citare quello del Comune di Monaco di Baviera che avviò la migrazione verso strumenti e impostazioni di software libero nel 2003 e la concluse nel 2013, ben dieci anni dopo. Ciò a motivo di una sospensione del progetto causata da alcuni detrattori che fecero insorgere dubbi su dubbi circa rischi di violazione di diritti di proprietà intellettuale insiti nell’adozione di software libero. Si dimostrò che il software libero è libero anche da questi problemi e si andò avanti: si giunse così al sistema operativo destinato a governare l’apparato informatico del Comune di Monaco di Baviera, chiamato LiMux, il Linux di Monaco. Ma i detrattori non deposero le armi e, nel 2014, scatenarono una nuova offensiva, accampando inefficienze attribuibili al nuovo sistema e presunte incompatibilità di formato tra i documenti prodotti dal Comune e i terzi (più che presunte, false, in quanto il formato ODF, Open Document Format, è ormai riconosciuto anche da MS Office; comunque ci vuole poco ad adeguarsi: basta installare gratuitamente LibreOffice), offensiva tale da far credere che si tornasse a Windows. Francamente non conosco lo stato attuale della diatriba e penso non sia ancora finita.
Forse il progetto di Monaco è stato troppo radicale all’inizio, essendo partito subito dal sistema operativo. Meglio ha fatto il nostro Ministero della Difesa che, seguendo un po’ il percorso della Gendarmeria francese, non è partito dal sistema operativo ma, come primo atto, dalla sostituzione di MS Office con LibreOffice: solo questo provvedimento, una volta che avrà interessato tutti i 150.000 computer del Ministero, si tradurrà in un risparmio di 29 milioni di euro. Poi si vedrà.
Stessa strada mi pare abbia intrapreso il Comune di Torino.
Mi piace comunque concludere citando le parole dell’Assessore a Roma Semplice Flavia Marzano, che di informatica ne capisce parecchio, a commento della recente citata delibera della Giunta Capitolina: “Niente più scelte che vincolino l’amministrazione ad un solo fornitore, ma soluzioni aperte e modulabili nel tempo che permettano un confronto concorrenziale tra diversi operatori. Obiettivo di questo provvedimento, e di questa Giunta, è quello di favorire il pluralismo informatico e la diffusione del software libero nell’amministrazione capitolina come strumento di maggiore efficienza, trasparenza, sostenibilità e indipendenza nell’esercizio delle proprie funzioni”.
Discorso più generale, che apre orizzonti molto più ampi rispetto alla semplice adozione di LibreOffice. Ma più gli orizzonti sono ampi più sono ampi gli interessi che si toccano: Monaco docet.
Intanto noi privati continuiamo ad acquistare, senza avere alcuna possibilità di fare altrimenti, computer dotati del sistema operativo Windows praticamente nudo e crudo, con preinstallati software commerciali in prova per 30 giorni trascorsi i quali dobbiamo pagare per continuare ad utilizzarli.
Quando riusciremo ad acquistare un computer con preinstallata una qualsiasi distribuzione Linux con accessibilità a tutta la serie di programmi di software libero che sono disponibili gratuitamente?
Nel frattempo, teniamoci pure l’Windows che ci hanno tirato dietro, ma interessiamoci dei programmi liberi che funzionano anche su Windows: negli articoli archiviati nella categoria Software libero di questo blog ne presento tanti, che ci consentono di fare di tutto.
Se siamo un po’ più coraggiosi ma abbiamo paura ad abbandonare Windows, cominciamo ad installare al suo fianco un sistema Linux: nell’allegato “Installazione di Linux Mint 18 Sarah” al mio articolo “Benvenuta Sarah” dello scorso luglio spiego come si fa.
Finirà che, come è successo a me, concluderemo col dire che Linux è meglio.

Software libero per aver cura del computer

Sul disco fisso del nostro computer abbiamo il sistema operativo, cioè una serie di file che servono per fare funzionare il computer stesso, abbiamo tutta una serie di programmi applicativi, quelli che servono per fare tantissime cose, come descritto nella serie di articoli sul software libero archiviati su questo blog e, infine, abbiamo i nostri dati: dati che possono essere file di lavoro, come quelli che contengono i conti della nostra azienda o di casa o che contengono la nostra tesi di laurea in corso di elaborazione, o file di archivio, come quelli che contengono raccolte di fotografie, di file musicali, di file video, di ebooks e quant’altro.
Tutto è ospitato, spazio permettendo, sul disco fisso: sistema operativo e programmi applicativi per definizione, file di lavoro per una evidente praticità e file di archivio, soprattutto se parliamo di un computer portatile, per la comodità di avere sottomano, ovunque ci troviamo, tutti i nostri archivi.
Se il disco fisso si rompe – e purtroppo capita, non solo per macchine vecchie – o se ci rubano il computer, perdiamo tutto.
Alla perdita del sistema operativo rimediamo installandone un altro sul nuovo disco fisso o sul nuovo computer; pure alla perdita dei programmi, sia pure con un bel po’ di lavoro se erano tanti, possiamo rimediare reinstallandoli. File di lavoro e file di archivio sono persi irrimediabilmente.
Se si rompe il sistema operativo, cioè se il computer non parte più, esistono modi e strumenti per recuperare i file di lavoro e i file di archivio presenti sul disco fisso prima che l’installazione di un nuovo sistema operativo rischi di cancellarli. Questo rischio è collegato al sistema operativo che andiamo ad installare e a come è organizzato il disco fisso: se il sistema operativo è Windows e tutti i file sono contenuti sul disco in una unica partizione l’installazione cancellerà tutto; se il sistema operativo è Linux – che, come ricordo sempre, è il migliore del mondo – con una certa abilità si potrebbe riuscire a salvare comunque i dati.
Fortunatamente tutti questi disastri o inconvenienti si possono evitare utilizzando software commerciali o liberi che ci aiutano, come si dice, a fare il backup delle nostre cose, praticamente ad avere su un disco diverso da quello inserito nel computer una copia di tutto. Un tempo si facevano i backup su disco floppy o ottico ma ormai le dimensioni dei dati da duplicare e il basso costo dei dischi fissi esterni o delle memorie flash su pennetta fa di uno di questi ultimi supporti quello ideale per ospitare i nostri backup.
Disco esterno o pennetta contenenti i backup andrebbero conservati in luogo diverso da quello in cui si trova il computer, ad evitare che un ladro o un incendio ci freghino computer e backup insieme: a questo proposito vengono molto bene le memorie di massa on-line messe a disposizione da provider di cloud computing.
Fortunatamente può capitare che il danno occorso ad un computer che non si avvia più non sia così grave da dover ricorrere a laboriosi ripristini: si può essere semplicemente cancellato o corrotto il file di boot o può essere intervenuta qualche altra banalità.
Paradossalmente è più difficile, per un dilettante, porre rimedio a questi piccoli inconvenienti che non a quelli più gravi, dove interviene il backup e il ripristino.
Modi e strumenti per fare questo e quello ci sono offerti in abbondanza dal mondo del software libero ed ho ritenuto utile richiamare quelli che mi sembrano i migliori nell’allegato manualetto in formato PDF, scaricabile e stampabile.

backup-e-non-solo

Kdenlive sempre meglio, ma solo per Linux

Nel documento in formato PDF, intitolato “multimedialità.pdf”, allegato al mio articolo “Software libero per la multimedialità” archiviato nella categoria “Software libero” di questo blog, ho presentato il software Kdenlive (che sta per KDE non linear video editor).
Considero questo software il meglio che ci sia in circolazione per montare filmati di livello professionale partendo dal materiale più disparato, come video clip di vario formato e risoluzione, fotografie e immagini archiviate in formato fotografico.
Nel maggio 2015, quando ho scritto i richiamati documenti, mi riferivo ad una versione della serie 0.9. Proprio in quei giorni era uscita la versione 15.04.0, la prima del nuovo corso: gli sviluppatori di Kdenlive, da quella versione, cominciarono una numerazione seguendo lo stile della Canonical per Ubuntu (15 sta per anno 2015 e 04 sta per Aprile). Trattandosi di una novità, non solo sul piano della numerazione, a quel tempo ho preferito parlare di qualche cosa di più consolidato e stabile e mi sono riferito alla precedente edizione.
Da quel momento ho tuttavia seguito il nuovo corso e, in poco più di un anno, devo dire che l’intenso lavoro degli sviluppatori di Kdenlive ha prodotto qualche cosa di perfetto.
L’ultima versione è la 16.08.01, rilasciata qualche giorno fa (esattamente l’8 settembre 2016), ed è succeduta, ulteriormente perfezionandola, alla versione 16.08.00, rilasciata il 18 agosto 2016: nella comunità Kdenlive non si sono nemmeno fatte le ferie estive.
E’ una versione che sembra fatta apposta per Ubuntu 16.04 e per Linux Mint 18: temo, anzi, che su precedenti versioni di Ubuntu e di Linux Mint sia meglio affidarsi alla versione presente nel repository.
Per installarla su Ubuntu 16.04 o su Linux Mint 18, nei cui repository c’è una versione precedente, occorre digitare su terminale, con collegamento Internet attivo, quanto segue:

sudo add-apt-repository ppa:kdenlive/kdenlive-stable
sudo apt-get update
sudo apt-get install kdenlive

Purtroppo per chi non usa Linux, non ci sono tutte queste novità. Su MacPorts penso che la più recente versione disponibile per Mac OS X sia la 15.04. Per Windows occorre sempre ricorrere alla Virtual Box con una versione della serie 0.9.  Pare comunque che gli sviluppatori di Kdenlive siano intenzionati a produrre, a breve, qualche cosa di bello anche per Windows.
La conclusione, per intanto, è che, per godere appieno dell’ultimo grido di Kdenlive dobbiamo avere il sistema operativo Linux: non dico di fare come me, che non uso più Windows da anni, ma almeno installiamo Linux di fianco a Windows sul nostro computer oppure mettiamolo su una chiavetta USB. Spiego come si può fare tutto questo nel manualetto “installazione_linux_mint_18_sarah.pdf” allegato al mio articolo “Benvenuta Sarah” pubblicato lo scorso Luglio su questo blog e archiviato nella categoria “Software libero”.

Ma vediamo cosa ci offre la nuova versione di Kdenlive.
Sul piano puramente estetico abbiamo la possibilità di scegliere tra alcuni temi e stili per l’interfaccia grafica: a me piace molto il tema Breeze Dark con lo stile Breeze.
Per quanto riguarda l’editing delle clip e il loro montaggio tutto rimane praticamente come prima e valgono i richiami e i suggerimenti che si trovano nel mio già citato documento “multimedialità.pdf”: unica bella novità la possibilità di scegliere le transizioni e le loro proprietà su elenchi che ai soliti nomi inglesi, a volte incomprensibili, abbinano piccoli schemi illustrativi che danno l’idea di che cosa produce la transizione che andiamo a scegliere.
La funzione di conversione del formato delle clip si è arricchita di alcune voci, tra cui le quattro DVD NTSC e PAL nei rapporti di aspetto 16:9 e 4:3, già presenti nelle precedenti versioni ma nascoste nella procedura di creazione del DVD.
Le più grosse novità, per un utente dilettante, riguardano il momento della produzione del risultato del montaggio: esportazione, o rendering, che dir si voglia. Il menu di scelta si è semplificato ed arricchito nello stesso tempo. Semplificato in quanto le opzioni ci vengono presentate in raggruppamenti tipologici, arricchito in quanto troviamo cose che non c’erano prima. I raggruppamenti sono:
– Generic (HD per il web, per computer e mobile) che ci offre i formati WebM, MP4 e MPEG-2;
– Ultra High Definition (4K) che ci offre i formati WebM-VP9 e MP4-H265;
– Old TV definition (DVD, ecc.) che ci offre i formati VOB per DVD, Flash, MPEG4-ASP/MP3 compatibile DivX e Windows Media Player;
– Losless HQ che ci offre i formati FFV1, H264 e HuffYUV.
Altra semplificazione riguarda il fatto che, una volta scelto il formato che ci interessa, non avremo più il problema di indicare separatamente i parametri per ottenere la qualità desiderata (bitrate, ecc.) ma ci basterà posizionarci in una delle cinque possibili tacche del cursore Quality: l’ultima corrisponde all’eccellenza, la quarta, penultima, corrisponde ad una qualità elevata e quella di mezzo, la terza, corrisponde ad una qualità buona ed accettabile: il tutto a bitrate variabile automaticamente governato dal programma. Con il risultato che i file prodotti saranno, a parità di qualità, meno pesanti, anche di molto: un filmato di un minuto codificato con un vecchio Kdenlive a bitrate fisso 2.000 in MPEG-4 pesava 16,2 MB; lo stesso prodotto con il nuovo Kdenlive a qualità elevata e bitrate variabile automatico in MP4 pesa 9,7 MB.
Questo formato MP4 (H264/AAC), peraltro definito da Kdenlive come “dominating format”, che corrisponde al formato MPEG-4 Part 14 e non al vecchio MPEG-4, è una delle grandi novità che troviamo nei Kdenlive di ultima generazione: è un contenitore che, a parità di qualità, abbatte notevolmente il peso dei file, solo facendoci pagare tutto ciò con un minimo allungamento del tempo richiesto dal rendering.
Altra grande novità la comparsa dei formati per l’Ultra HD 4k.
Come sempre, per i maghi che conoscono i segreti della piattaforma MLT (Media Lovin’ Toolkit) su cui si basa Kdenlive, esiste la possibilità di programmare profili di produzione personalizzati.
Siamo peraltro in presenza di un software che ha il vantaggio di porsi alla portata del dilettante ma che non fa mancare nulla al professionista.
Il grande difetto di questo mondo MLT è la scarsità di documentazione. Lo stesso manuale Kdenlive presente sul sito da cui possiamo scaricare la versione 16.08.01 è fermo ad una versione vecchia di almeno otto mesi.
Ricordiamo, comunque, che siamo in presenza di software libero, prodotto da appassionati volontari e che, nonostante ci offra ciò che troviamo in costosissimi software commerciali professionali, non ci costa nemmeno un euro.

Benvenuta Sarah

Era stato promesso per giugno ed è arrivato in extremis, il 30 giugno, il rilascio di Linux Mint 18, chiamato Sarah.
Ci viene offerto nelle due versioni di ambiente desktop Mate e Cinnamon, quest’ultimo più di casa per la comunità Mint e mio preferito, e nelle due versioni a 32 e 64 bit.
Non potevo ignorare l’avvenimento in quanto Linux Mint è quella che considero la migliore distribuzione Linux esistente: mi rendo conto che si tratta in gran parte di una questione di gusto ma c’è anche un apprezzamento per alcune doti non secondarie, come l’accuratezza con la quale tutto il sistema viene assemblato, con tutte la traduzioni che servono, e tante piccolezze che ti danno la sensazione di una cosa curata nei minimi particolari.
Rispetto a papà Ubuntu inoltre, soprattutto da quando è là subentrato l’ambiente desktop Unity, è molto più facilmente personalizzabile per quanto riguarda l’organizzazione del menu.
Ma lasciamo questi aspetti, che, ammetto, sono più estetici che di sostanza.
La sostanza è che Mint 18, Sarah, è basato su Ubuntu 16.04 LTS e godrà pertanto di un supporto quinquennale di assistenza e di aggiornamenti.
Il kernel Linux è il 4.4.
I requisiti hardware per un funzionamento ottimale sono simili a quelli richiesti da Ubuntu 16.04 (1 GB di RAM, risoluzione schermo 1024×768); Sarah si comporta tuttavia molto bene anche con 512 MB di RAM e si fa vedere anche con risoluzione schermo 800×600 (premendo ALT si può eventualmente trasportare la finestra in modo da vedere anche cose che potrebbero rimanere fuori dallo schermo). Sono pertanto requisiti più da Xubuntu che da Ubuntu e li troviamo soddisfatti anche su computer vecchiotti.
Possiamo scaricare l’immagine ISO da qui : la versione a 32 bit occupa 1,6 GB e la versione a 64 bit occupa 1,7 GB. Per la masterizzazione dell’immagine occorre pertanto un DVD.
Sullo stesso sito, se non siamo attrezzati per un ragionevolmente rapido download, possiamo acquistare il DVD già masterizzato spendendo attorno agli 11 dollari, per metà dovuti alle spese di spedizione, e nel giro di una settimana avremo in casa il disco.
Il disco, masterizzato da noi con l’immagine scaricata o acquistato già masterizzato, ci offre la possibilità di provare il sistema operativo e, se ci piace, soprattutto se vediamo che funziona sul nostro computer, di installarlo.
Per utilizzare il disco occorre avviare il computer con il disco inserito. Nel caso non succeda nulla di diverso dal solito, cioè nel caso il computer si accenda presentandoci il sistema operativo consueto, vuol dire che esso non è configurato in modo da prendere il boot da CD/DVD ed allora dobbiamo predisporlo in tal senso intervenendo sul BIOS secondo la procedura ben descritta nell’articolo che troviamo qui .
Se invece tutto va bene, con la lentezza dovuta alla necessità di leggere e caricare dati nella RAM del computer dal DVD, dopo qualche minuto potremo ammirare il desktop di Linux Mint 18, Sarah, pienamente funzionante.
Scorrendo il menu vediamo che abbiamo già quanto serve per fare praticamente di tutto sul PC.
Per l’ufficio abbiamo un lussuoso LibreOffice 5 completo e un lettore di PDF.
Per Internet abbiamo il browser Firefox e il server di posta Thunderbird.
Per la grafica abbiamo il superlativo GIMP per la manipolazione di immagini, oltre ad un semplice visualizzatore di immagini e ad un visualizzatore/organizzatore di immagini, molto spartani ma efficienti.
Per l’audio/video abbiamo un lettore/organizzatore di media musicali, un riproduttore di video e un software per la masterizzazione di CD/DVD.
A proposito di media, l’immagine di base del sistema operativo scaricata o che troviamo masterizzata sul DVD, a differenza di quanto avveniva in precedenti edizioni di Mint, non contiene alcun codec (il software che serve per riconoscere i vari formati di file multimediali) e pertanto i riproduttori di media installati non riproducono nulla fino a quando non avremo installato i codec.
Per farlo intanto che proviamo il sistema, essendo collegati a Internet, andiamo nel menu Sound & Video e scegliamo Install Multimedia Codecs.
Sempre in sessione di prova possiamo anche installare, essendo collegati a Internet, altri programmi da sperimentare: basta che andiamo nel Software Manager cliccando sulla relativa icona nella schermata del menu.
Teniamo conto del fatto che tutto ciò che installiamo durante la sessione di prova, dai codec ai programmi, è volatile e lascia inalterato il nostro DVD. Pertanto, una volta spento il computer, al successivo rilancio del sistema con il DVD di tutte le nostre installazioni precedenti non ci sarà alcuna traccia.
Tutto ciò serve a dire che, se vogliamo veramente utilizzare il nostro Linux Mint 18 Sarah, non possiamo certamente farlo con il DVD ma dobbiamo installarlo sul disco fisso del computer o su una pennetta USB, supporti che, tra l’altro, renderenno molto più veloce e fluido lavorare rispetto a farlo con il sistema caricato da DVD.
Soprattutto, i nuovi programmi che installeremo e tutti i nostri file rimarranno permanentemente installati e li ritroveremo alla riaccensione del sistema.
A chi voglia fare il passo offro nell’allegato file PDF, scaricabile e stampabile, un manualetto da seguire per il non difficile ma nemmeno banale procedimento di installazione. Per quanto ovvio, dal momento che durante l’installazione si possono compiere errori le cui conseguenze comportano la perdita di dati o di sistemi operativi, declino ogni responsabilità mi si volesse imputare e raccomando a chi voglia avventurarsi un preventivo backup su supporto esterno del sistema su cui si andrà ad operare: almeno una copiatura dei propri file di lavoro o di archivio dal disco fisso ad un supporto esterno.
Una volta installato Linux Mint 18 Sarah lo si potrà arricchire seguendo le proposte che si trovano in tutta la serie di articoli archiviati in questo blog nella categoria Software libero.
Buon Linux.

installazione_linux_mint_18_sarah